Liceo breve, la sperimentazione del liceo Classico “Telesio”


​​​​​​​​​Cosenza, 11 settembre 2017

E’ di qualche giorno fa la notizia che il dirigente del liceo “Telesio” di Cosenza ha portato all’attenzione del Collegio docenti la proposta di aderire alla sperimentazione del percorso quadriennale e che il Collegio di quella scuola la abbia a maggioranza approvata.

Come FLC-CGIL , in compagnia di buona parte della comunità scientifica, ci siamo espressi sin da subito in maniera contraria al cosiddetto “liceo breve” perché abbiamo valutato questa scelta del MIUR profondamente errata , rivelatrice di una visione poverissima dell’istruzione e della sua missione, che va nella direzione opposta rispetto a ciò di cui ci sarebbe effettivo bisogno.

Riteniamo che ogni operazione relativa alla scuola debba essere compiuta con il fine di cogliere i bisogni degli studenti, di affrontare e superare le disuguaglianze, di costruire processi di inclusione. Questi sono gli obiettivi che deve avere, e non può non avere, la scuola pubblica come previsto dal dettato costituzionale (ancora in vigore, nonostante tutto).

Il taglio di un anno impoverisce fortemente la qualità formativa della scuola e naturalmente colpisce maggiormente le fasce più deboli e povere della popolazione studentesca. Rappresenta un ulteriore e pesante attacco alle finalità educative e didattiche dell’istruzione pubblica che mira a formare cittadini capaci di analisi ed elaborazione critica dell’esistente, consapevoli di sé, del mondo in cui vivono e delle importanti questioni che lo percorrono.

L’insopportabile bugia che questa sperimentazione favorisca l’anticipo dell’ingresso nel mondo del lavoro si scontra con la dura realtà dell’enorme disoccupazione giovanile nel Paese (oltre il 40%!) e delle caratteristiche di quel poco di offerta che c’è sul mercato lavorativo, tant’è che oltre 100.000 (!) giovani abbandonano ogni anno le nostre terre.

Ancora, il “liceo breve” partirà come sperimentazione riservata ad un’élite, quella dei cosiddetti “eccellenti” (selezione su selezione, dunque), i quali magari riusciranno anche a riscontrare esiti positivi comprimendo nei quattro anni il lavoro che si prevede in cinque. Ma certo questi non rappresentano i livelli standard di apprendimento e, quando dalla sperimentazione si passerà alla generalizzazione, il risultato sarà naturalmente quello di un drastico ridimensionamento della qualità offerta formativa per tutti.

Infine, va da sé come conseguenza naturale che l’abbreviazione di un anno del corso di studi, se andasse mai a regime, provocherebbe la conseguente riduzione del personale docente ed ata.

“La sperimentazione per ridurre gli anni delle scuole medie superiori italiane da cinque a quattro è la riprova che la scuola è nelle mani di barbari. Anzi, più esattamente, di barbari incolti”. Così affermava il prof. Asor Rosa qualche giorno fa.

Noi siamo totalmente d’accordo con lui. Per questo ci siamo assai stupiti di quanto deliberato in un istituto importante come il “Telesio” e ci auguriamo che, laddove altri dirigenti così miopi presentino la proposta nei collegi docenti, ricevano l’opposizione convinta e determinata del personale di quella scuola.

Pino Assalone ​​- segretario provinciale FLC-CGIL

Francesco Gaudio​- presidente direttivo provinciale FLC-CGIL

 

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Contratto unico della conoscenza


La Flc Cgil Cosenza contesta ‘l’autotrasferimento’ di una docente


 Da COSENZAINFORMA

La Flc Cgil Cosenza contesta ‘l’autotrasferimento’ di una docenteLa denuncia del sindacato: “Per il suo ruolo nell’Ufficio scolastico provinciale avrebbe valutato la sua stessa istanza di utilizzazione e assegnazione”

Flc-Cgil-Cosenza-contesta-l-autotrasferimento-di-una-docente

Mercoledì 30 Agosto 2017 – 17:7

Contestate le graduatorie dei docenti, aspiranti utilizzazione, titolari 2017/2018 pubblicate lo scorso 25 agosto dall’Ufficio scolastico provinciale.
A farlo è il segretario generale del sindacato Flc Cgil di Cosenza, Giuseppe Assalone, in una nota fatta recapitare al provveditore di Cosenza Luciano Greco.

Nel comunicato si legge:

“Per la classe di concorso A046 risulta inserita una docente proveniente dall’ambito provinciale di Torino a seguito di sentenze favorevoli al trasferimento in corso di pubblicazione (apposito asterisco nella legenda delle graduatorie pubblicate). La docente – scrive Assalone – in questione è stata utilizzata presso l’Ufficio scolastico provinciale di Cosenza sino al 31 agosto 2017, in modo inopportuno e con incompatibilità certa, ha collaborato alla valutazione delle domande di assegnazione e utilizzazione del II grado. In definitiva, ha valutato, improvvidamente anche la sua stessa domanda di utilizzazione e assegnazione”.
“La docente è parte interessata alla procedura e, giammai, nelle facoltà di valutare e collaborare alla delicata operazione delle utilizzazioni e delle assegnazioni – continua il segretario della Flc Cgil Cosenza – Non risultano, inoltre, sentenze favorevoli alla docente, né decreti pubblicati dall’Ufficio scolastico provinciale di Cosenza antecedenti alla pubblicazione delle graduatorie di utilizzazione. Numerosi sono i docenti che stanno vivendo in queste ore il dramma di non ottenere l’utilizzazione e l’assegnazione provvisoria ed essere costretti a lasciare la propria provincia e la propria famiglia per prendere servizio a centinaia di chilometri”.
“Ogni disparità di trattamento ad un docente rispetto ad altri non può essere condivisa. L’imparzialità, la trasparenza, sono cardini della Pubblica amministrazione che garantiscono la tutela degli interessi di tutti i docenti – conclude la nota sindacale – Molti sono i docenti in attesa dell’esito di giudizi per essere trasferiti e collocati nelle graduatorie come quelle pubblicate il 25 agosto e rientrare, anche in esubero, nella propria provincia. A tutela degli interessi di tutti i docenti si richiede il titolo e le modalità impiegate per il trasferimento della docente proveniente da altra regione”.               

Altro che licei brevi, serve una Costituente (dal basso) per la scuola pubblica


L’articolo di Francesco Sinopoli, Segretario generale della FLC CGIL, pubblicato sull’Huffington post.

Il decreto del Miur che avvia la sperimentazione per verificare gli effetti della riduzione di un anno della durata della scuola secondaria superiore ha prodotto un generale coro di critiche. Dal punto di vista di chi scrive l’impressione è che nulla sia cambiato dall’era Gelmini, quando la riforma degli ordinamenti fu incardinata in un decreto legge di razionalizzazione della spesa pubblica: il taglio di un anno impoverisce drasticamente la qualità dell’offerta formativa del sistema scolastico pubblico, danneggia le fasce più deboli della popolazione scolastica e causa una perdita di organici, di fatto configurandosi come mera operazione di cassa.

Ma soprattutto, si può realizzare un intervento di riforma dei cicli scolastici riducendo la durata delle scuole secondarie superiori, senza ragionare dell’intero sistema? Perché questo è il vero cuore del problema. Se ne discute da decenni, senza tuttavia venirne a capo, come ricordava al Quotidiano Nazionale il pedagogista Giuseppe Bertagna in un’intervista pubblicata lo scorso primo agosto. Il professor Bertagna “provoca” una discussione più generale sulla riforma del sistema o di un cambio del paradigma, che intendiamo qui ed ora raccogliere, anche come sfida.

Intanto, smitizziamo l’idea che ovunque in Europa si esca un anno prima dalle scuole per soddisfare le necessità di chissà quale mercato del lavoro, che non attenderebbe altro. In sintesi, il termine della secondaria superiore è a18 anni in: Belgio, Irlanda, Spagna, Francia, Ungheria, Portogallo, Malta, Regno Unito; 19 anni in Bulgaria, Danimarca, Estonia, Italia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Slovacchia, Finlandia e Svezia; 18 o 19 anni a seconda degli indirizzi in Germania, Austria, Cipro, Olanda, Polonia.

Nella quasi totalità dei casi la secondaria superiore ha inizio a 15 o 16 anni (in Italia a 14 anni). Conseguentemente alle stesse età termina la secondaria inferiore. Ogni sistema ha una sua origine storico-politica, geografica e demografica, e si è nutrito nel corso dei decenni di successive modificazioni e riforme. Nessun sistema è perfetto, e ogni sistema è adattabile ai tempi storici, alle generazioni, e ai mutamenti dei profili cognitivi, delle capacità perfino antropologiche dell’apprendimento, delle fasi dell’insegnamento.

Occorre perciò, a proposito dell’Italia, porsi l’interrogativo giusto: quale scuola vogliamo costruire, mutando sistema e paradigma, per le generazioni del XXI secolo, basandola su quali fondamenti e presupposti teorico-pedagogici? Determinando quale senso attribuirle? La risposta all’interrogativo porta a dare soluzione non solo al numero di anni complessivi per i cicli scolastici ma soprattutto a ricostruire quel filo sociale, decisivo, che lega un’intera comunità nazionale al suo sistema scolastico.

L’Osce, per esempio, analizzando le diverse esperienze delle scuole materne e primarie suggerisce di stabilire un criterio di valutazione delle diverse transizioni, non solo formative, ma anche esistenziali alle quali i bambini e le bambine sono sottoposti. La pedagogia moderna ci dice che definire la transizione significa anche operare per una maggiore uguaglianza (e l’uguaglianza riporta nell’alveo della Costituzione ogni riforma del sistema scolastico).

La transizione è importante per tutti i bambini, ma ancora di più per i bambini che presentano svantaggi, mentali, fisici o economici di partenza, proprio perché sono i più a rischio una volta entrati nella scuola elementare. Se ciò è vero, ed è dimostrato dalle buone pratiche nei paesi dove la transizione viene problematizzata, e risolta a favore dello sviluppo cognitivo dei bambini e della loro socializzazione primaria, ciò significa operare a livello sistemico, e dunque attraverso decisioni politiche, per rendere coerenti le famiglie e le comunità di appartenenza con la comunità scolastica, e questi con i servizi pubblici. Molte ricerche dimostrano che se si favorisce questa sistemica coerenza, ne traggono beneficio soprattutto i bambini svantaggiati.

In Italia le transizioni più problematiche sono nel passaggio fra la scuola primaria e la scuola secondaria di I grado e tra quest’ultima e la secondaria di II grado. Nel primo caso è evidente come la generalizzazione degli istituti comprensivi si è risolta fondamentalmente in un’operazione di risparmio con la formazione di megaistituzioni scolastiche da mille e più alunni, mentre sullo sfondo sono rimaste le problematiche connesse alla transizione nell’approccio didattico educativo tra i due segmenti.

In sostanza, vanno problematizzati il passaggio critico in cui la scuola dell’apprendimento diventa scuola delle discipline insieme alla complessità nell’affrontare le caratteristiche della pre-adolescenza nella società contemporanea. Nel secondo caso continuiamo a registrare soprattutto nel primo anno della secondaria di II grado un livello di dispersione scolastica (intesa come abbandoni, bocciature e ripetenze) inaccettabile.

Il costo sociale (ma anche economico) di questa situazione è una delle ferite aperte del nostro paese. In una riflessione sui cicli questo è il primo problema che andrebbe affrontato. Dov’è che la scuola inizia a fare fatica nell’assolvere alla sua funzione costituzionale? Dove intervenire affinché nessuno resti indietro? La risposta a questi interrogativi potrebbe essere una buona base di partenza per affrontare la questione dei cicli in modo non estemporaneo o peggio motivato da mere esigenze di cassa, e facendoci guidare dal contesto sistemico dei percorsi di apprendimento e delle transizioni, dalla centralità dei bambini e dei ragazzi, dall’evoluzione dei paradigmi pedagogici e dall’introduzione nei loro mondi della vita di quella tecnologia che senza saperi critici può diventare pericolosamente dominante e indurre a forme anche violente di nichilismo e autoannientamento.

Nel salto, come in tutti i salti, sono i più deboli, quelli che non hanno alle spalle una famiglia in grado di integrare i saperi che la scuola presenta divisi, a soffrirne. È in quel passaggio che le disuguaglianze pesano e si amplificano confermando nel 2017 le preoccupazioni e le perplessità che don Milani aveva già espresso, con i suoi studenti, nella Lettera a una professoressa.

Oggi dobbiamo tornare a porci una domanda di fondo, la stessa che si poneva ormai cinquanta anni fa la pedagogia democratica. Ossia se sia proprio vero che i figli della povera gente siano più stolti di quelli dei signori, come i risultati scolastici facevano pensare. Perché oggi come ieri se il sapere è solo quello dei libri, “chi ha tanti libri a casa sarà sempre più avanti di chi i libri non li ha mai visti”. Anche oggi chi ha tanti libri in casa potrà sempre scegliere la scuola migliore sulla base delle informazioni che riceve dalla “rendicontazione” dei risultati dei test e delle diverse forme di valutazione nella loro deriva sempre più ideologica come ho scritto in un post precedente.

Il punto non è quello di consentire una scelta informata delle scuole in un sistema di quasi mercato ma come si fa ripartire anche nel nostro paese quella mobilità sociale che da tempo è in crisi, e come si costruiscono le condizioni per far sì che la scuola sia uno strumento di contenimento delle disuguaglianze e non un moltiplicatore.

La scuola della legge 107, voluta da Renzi e dalla ministra Giannini, e confermata dalla Fedeli, non è buona affatto. Per trovarne una conferma, basta tornare alle parole della ministra Fedeli in una lunga intervista al Sole24ore. L’ideologia “della formazione del capitale umano” di cui parla la ministra, non solo non mette al centro gli apprendimenti, ma piega la scuola all’interesse di brevissimo periodo del sistema produttivo italiano con tutti i suoi attuali limiti: specializzazione produttiva su beni a basso valore aggiunto e ricerca costante di realizzare il profitto giocando su costo del lavoro e orari.

Di questa deriva è figlia anche l’alternanza scuola-lavoro nelle modalità con cui in troppi casi è stata concepita e attuata. Si sta costruendo un alibi affinché le aziende continuino a disinvestire in formazione, assecondando l’idea folle che la scuola possa assolvere ad un compito che spetta alle imprese.

Ecco perché occorre ripartire dal riconoscimento di tutti gli errori della legge 107, resi ancora più devastanti dai decreti delegati che l’accompagnano. Ma abrogarla non basta; la scuola gentiliana che tutte le pseudoriforme degli ultimi anni hanno lasciato nei fatti immutata, non ci piaceva e continua a non piacerci oggi.

Ha ragione Jacopo Rosatelli quando scrive sul Manifesto che un nuovo modo di insegnare non solo è possibile ma è anche praticato con successo in molte scuole. Il tema dei saperi contrapposto alle competenze non è la chiave per la scuola di domani. La capacità di trasmettere strumenti per leggere la realtà e l’educazione a competenze trasversali non subalterne alle richieste di un mercato del lavoro povero da ogni punto di vista, sono obiettivi importanti dell’insegnamento.

Dice bene Rosatelli: “Studiare Manzoni deve servire anche a capire un articolo di un quotidiano o di un contratto di lavoro, a riconoscere le fake news razziste diffuse in rete o quando un post su facebook trascende in cyberbullismo, altrimenti è mera trasmissione della cultura borghese”.

Vi possiamo anche aggiungere la possibilità di dotare le giovani generazioni dei mezzi conoscitivi critici necessari per costruire il senso di una cittadinanza aperta, accogliente, antifascista, democratica, che sa discernere, riconoscere e respingere ogni forma di discorso autoritario, nello spirito della Costituzione repubblicana.

Così come sono sotto i nostri occhi gli obiettivi mancati dell’autonomia scolastica, dalla quale bisognerebbe ripartire, nella sua accezione più elevata di autogoverno partecipato della scuola come comunità educante. Per non parlare delle condizioni disastrose di tutte le infrastrutture di base che dovrebbero consentire alla scuola di funzionare, sia quelle materiali che quelle immateriali come dimostra ciò che è accaduto con le graduatorie di istituto.

La verità è che i cambiamenti della scuola andrebbero approvati con maggioranze costituzionali, in grado di garantirne la continuità nel tempo. Cambiamenti che vanno attentamente valutati e monitorati. Dopo le presunte riforme degli ultimi anni, un intervento riformatore avrebbe bisogno di una vera e propria Costituente della scuola, fra le forze politiche e quelle sociali, i rappresentanti degli studenti e delle famiglie, il governo centrale e il sistema delle autonomie locali, per delineare un progetto condiviso.

Per questo bisognerà promuoverne una dal basso, mettendo a disposizione tutte le nostre energie a servizio di una grande mobilitazione del mondo della scuola nella quale un ruolo chiave dovrà avere il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro, perché la riconquista di diritti, salario e dignità si deve necessariamente coniugare ad una idea di scuola radicata nella Costituzione, capace di guardare al presente e al futuro.

Comunicato FLC-CGIL sull’assegnazione dei docenti alle classi


Cosenza, 20 luglio 2017

In questo periodo nelle scuole si sta approntando l’assegnazione dei docenti alle classi per il prossimo anno scolastico.

Nonostante come FLC-CGIL abbiamo sempre sottolineato la necessità di seguire la prassi corretta, in diverse realtà scolastiche continua a verificarsi che i dirigenti (purtroppo supportati dai “fedelissimi” dei loro staff) ritengano che questa operazione possa avvenire discrezionalmente, come se fosse una loro facoltà decidere autonomamente su una vicenda che riteniamo essere molto delicata per tutte le connotazioni intrinseche che riveste e che necessita invece della massima collaborazione tra chi la scuola la vive quotidianamente. Né tantomeno i dirigenti scolatici possono far appello al pessimo decreto 165/2001 che, tra l’altro, non ha mai reso possibile ciò.

Se ce ne fosse ulteriore bisogno, ad ottobre si è avuta l’ennesima conferma di quanto diciamo. La sezione lavoro del Tribunale di Reggio Calabria ha dato ragione al reclamo di un docente sull’assegnazione alle classi e condannato l’amministrazione al pagamento di tutte le spese.

La sentenza, accolta con soddisfazione in tutta Italia, recita testualmente che  «il potere dirigenziale di assegnazione alle classi soggiace al rispetto, in via speciale, dei criteri posti dal consiglio di istituto e dalle proposte degli organi collegiale e, in via generale, dai principi di correttezza, buona fede e imparzialità».

Nessuna discrezionalità è dunque consentita. L’azione dei dirigenti deve “soggiacere” a quanto determinato dagli Organi Collegiali. E siccome il loro operato deve rispettare “i principi di correttezza, buona fede ed imparzialità”, quanto viene determinato deve essere motivato da ragioni oggettivamente fondate e non certo da valutazioni soggettive ed arbitrarie che sono il frutto di una distorta visione dirigista ed autoritaria e che spesso danno luogo a comportamenti opachi e discriminatori.

Invitiamo le nostre RSU e comunque tutti i nostri iscritti ad operare la massima vigilanza affinché questa delicata operazione venga condotta ovunque nella massima trasparenza e nel pieno rispetto delle regole. La vivibilità di un istituto, la democrazia ed i diritti di chi nella scuola vive e lavora, passano già da come si svolge l’assegnazione dei docenti alle classi.

 

Pino Assalone             segretario provinciale FLC-CGIL

 

Master Universitario di I livello in “Organizzazione e gestione delle Istituzioni scolastiche nei contesti multiculturali”


Il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria ha attivato il Master Universitario di I livello in “Organizzazione e gestione delle Istituzioni scolastiche nei contesti multiculturali”.
 
Si tratta di un’iniziativa rivolta a Dirigenti docenti di ogni ordine e grado in servizio nella Regione Calabria che si occupano di tematiche interculturali.
Il Master, attivato su iniziativa del MIUR su fondi FAMI, è gratuito ed è organizzato con la collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria.
Per i docenti diplomati il percorso è valido come Corso di aggiornamento professionale.
 
E’ possibile consultare il bando di ammissione al seguente indirizzo:
http://unical.it/portale/concorsi/view_bando.cfm?Q_BAN_ID=5598&Q_COMM=
La domanda deve essere presentata entro domenica 10 settembre 2017obbligatoriamente attraverso il seguente sito:
Per eventuali e più dettagliate info: giuliano.ricca@gmail.com 

Gli insegnanti italiani tra i più penalizzati e poveri al mondo: lo dice l’OCSE!


Comunicato stampa di Francesco Sinopoli, Segretario generale della Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL.

Lo studio Ocse appena pubblicato mette a confronto gli stipendi dei docenti in Europa e nel mondo. Per recuperare il gap di investimenti mancano almeno 17 miliardi di euro. Il governo cominci dal fare un buon contratto per la scuola.

L’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, conferma anche nel Rapporto 2017 l’impoverimento progressivo dei docenti italiani.

Che gli stipendi degli insegnanti, a parità di tempo di lavoro, siano sempre più poveri è un fatto ormai accertato. Essi non hanno avuto più alcun aumento da circa un decennio e fanno molta fatica a fronteggiare le spese necessarie per la vita quotidiana se si considera che un docente appena assunto non supera i 1.300 euro mensili e si ferma a 1.800 a fine carriera.

I dati parlano chiaro: lo stipendio dei nostri docenti dal 2005 al 2014 ha subito un taglio del 7%, a orari di lavoro invariati. Secondo il Rapporto Ocse 2017, al contrario, l’incremento medio degli stipendi tra il 2005 e il 2014, in termini reali, è del 6% per la scuola dell’infanzia, del 4% per la scuola elementare, del 3% per le secondarie inferiori e dell’1% per le secondarie superiori, certificando dunque una tendenza diffusa ad investire di più nei diversi sistemi dell’istruzione pubblica, premiando insegnanti e personale. In termini reali, infatti, ciò significa che lo stipendio medio dei docenti in area Ocse è pari a 38.253 dollari all’anno per le scuole dell’infanzia, a 41.300 per le scuole primarie, a 43.374 per le secondarie di primo grado, e a 47.165 per le secondarie superiori.

Tuttavia, mentre la media Ocse dei salari cresceva, sia in percentuale che in termini assoluti, in alcuni Paesi si è registrata invece una decrescita, e una oggettiva perdita salariale, in alcuni casi molto marcata, come nel Regno Unito, Italia, Grecia, Portogallo e Spagna.

I numeri testimoniamo come la crisi e le difficoltà economiche di questi anni siano state affrontate diversamente dall’Italia rispetto ad altri paesi. C’è chi ha ritenuto di investire nell’istruzione pubblica, e quindi anche negli stipendi dei docenti, quale occasione per superare la crisi, e c’è chi invece – tra questi l’Italia – non ha saputo far di meglio che far soffiare i venti della crisi su una categoria che ricopre invece un ruolo decisivo per la promozione delle nuove generazioni. Così, in Italia le condizioni di lavoro dei docenti, e di tutto il personale della scuola, peggiorano di giorno in giorno.

L’imminente avvio delle trattative per il rinnovo contrattuale, bloccato dal lontano 2009, rappresenta un’occasione formidabile per fare un’operazione di giustizia e di verità. Confidiamo nel fatto che il Governo, dinanzi alla muta eloquenza di questi dati, faccia la sua parte e metta a disposizione le risorse necessarie e allinei gli stipendi dei docenti italiani a quelli dei loro colleghi di area Ocse. Non è solo questione di redditi ma di dignità della professione docente. Perciò, occorre colmare quel divario rilevantissimo che  purtroppo esiste anche tra l’Italia e la media europea riguardo agli investimenti pubblici in istruzione. Un gap di più di 1 punto percentuale che fa la differenza (circa 17 miliardi di euro) e che marca la distanza tra un paese declinante e uno che invece investe in conoscenza per aprire le porte del futuro.

Scuola: il contratto per rimettere al centro la professionalità docente


La FLC CGIL a confronto con studiosi, contrattualisti e lavoratori della scuola. Presente anche la Ministra Fedeli.

Dopo otto anni di attesa pare aprirsi di nuovo la strada per ilrinnovo del contratto nazionale dei lavoratori pubblici e quindi anche del nuovo comparto “Istruzione e Ricerca”.

Proprio per questo la FLC CGIL ha riunito il 12 luglio 2017, in unconvegno nazionale nella sede della CGIL a Roma, studiosi e contrattualisti della scuola, associazioni di categoria, la Ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli e, naturalmente, i protagonisti di questa stagione contrattuale: i lavoratori della scuola. Leggi il programma.

Questi lunghi anni di mancato rinnovo dei contratti pubblici hanno fatto male al Paese e reso più inefficienti i servizi, ma non hanno mai visto arretrare l’iniziativa del nostro sindacato. Ora che ci troviamo di fronte ad un cambiamento di clima, che è partito con l’accordo governo/sindacati del 30 novembre 2016, vogliamo rimettere al centro il valore del lavoro pubblico quale risorsa strategica per il Paese.

Convegno 12 luglio 2017Il convegno è stato incentrato sul tema “Docenti e contratto” per la funzione fondamentale svolta dai docenti nella formazione delle future generazioni.

È innegabile che la figura del docente in questi anni sia stata delegittimata, così come il ruolo della scuola pubblica all’interno del sistema sociale. Questo è accaduto perché il diluvio dei provvedimenti normativi degli ultimi anni e la deprivazione delle risorse sono avvenuti in assenza di una vera idea di scuola. Ci si è allontanati sempre più dal dettato costituzionale, piegando la scuola alle logiche del mercato, trasformandola in un’azienda il cui compito è diventato quello di formare, non più cittadini consapevoli, ma capitale umano addestrato alla competizione.

Quello che è venuto fuori dagli interventi degli ospiti che si sono succeduti al mattino è una richiesta chiara: il nuovo contratto deve farsi portatore di un’idea di scuola inclusiva e imperniata sulla collegialità, in direzione opposta a quella promossa dalla legge 107/15. Perché con il contratto un’altra idea di scuola è davvero possibile, con un docente che torni ad avere un ruolo e una professionalità legittimati dal suo essere intellettuale e ricercatore. Non più un “impiegato del MIUR”, ma capace di rispondere in modo consapevole alle complessità dei bisogni educativi legati al contesto in cui opera. Il rinnovo del contratto, in questo senso, può e deve avere una doppia valenza: quella di ridare valore alla professionalità docente e riaffermare i principi di scuola pubblica incardinata nei valori della Costituzione.

I docenti ormai sono costretti a passare sempre più tempo a compilare carte a danno del lavoro di ricerca e della didattica. Le pastoie burocratiche sono un peso insopportabile per le scuole. Deburocratizzare il lavoro di docenti, dirigenti e ATA sarà una istanza che porteremo al tavolo di contrattazione.

Durante i lavori del convegno è stato più volte ripreso il concetto di scuola come comunità educante di cui fanno parte tutti gli operatori scolastici ed evidenziato il grande limite della legge 107/15 sulla scuola che ha escluso dal suo orizzonte intere categorie di personale, gli ATAin primis.

Il confronto pomeridiano, preceduto dall’illustrazione degli ultimi dati OCSE sull’istruzione, è proseguito con il faccia a faccia tra la Ministra Valeria Fedeli e il nostro segretario generaleFrancesco Sinopoli, che hanno fatto il punto su aspetti fondamentali della professione docente, come la valutazione e il ruolo sociale degli insegnanti. Per la FLC CGIL è fondamentale ora sedersi il prima possibile al tavolo di contrattazione per riportare al contratto tutte le materie che Brunetta e Renzi gli hanno scippato, avere un contratto che rispetti la specificità della scuola e la sua autonomia di comunità educante e reperire finalmente le risorse necessarie per un adeguamento salariale per questi lavoratori. C’è bisogno innanzitutto di riallineare, alla media dei Paesi Europei, gli investimenti che il nostro Paese fa in istruzione. Per fare ciò è necessario mettere un piano di investimenti di 17 miliardi di euro, pari a un punto di Pil. Fare un buon contratto di lavoro, innalzare le retribuzioni di docenti e ATA è il primo segnale di attenzione e di cura che il governo può mandare al Paese sul valore del lavoro prestato nella scuola pubblica.

Nei prossimi giorni pubblicheremo un resoconto completo dell’iniziativa.

Mutamenti d’incarico DS a.s. 2017/18


Di seguito i nuovi incarichi per i Dirigenti scolastici

Incarichi DS 2017

Docenza scolastica e contratto: convegno della FLC CGIL a Roma


 

Il 12 luglio 2017 a Roma un confronto sul tema della docenza scolastica tra la Ministra Valeria Fedeli, la Segretaria generale della CGIL, Susanna Camusso, e Francesco Sinopoli, Segretario generale della FLC CGIL.

http://www.flcgil.it/scuola/docenza-scolastica-e-contratto-convegno-della-flc-cgil-a-roma.flc