Se ci avessero dato la parola, avremmo detto questo

 

Signor Presidente,

nel ringraziarLa per essere venuto sin qui, Le affidiamo la nostra idea di Università. In un momento in cui il terrore paralizza il mondo e fa alzare muri; all’egoismo e al protezionismo vorremmo opporre Università aperte, solidali, che siano luoghi per le genti. Luoghi di civiltà e di mobilità sociale, di sviluppo, presupposti necessari perché le democrazie abbiano un futuro.

Gli studenti investono anni importantissimi della loro vita e non possiamo deluderli, abbiamo l’obbligo di far sì che questo investimento li ripaghi nel modo migliore, vogliamo dar loro libertà e opportunità: se saranno liberi avranno anche migliori opportunità. Occorre che le misure di diritto allo studio siano consistenti, occorre, Signor Presidente, sostenere e rilanciare la rete della ricerca pubblica, ponendo un freno alle politiche di smantellamento del sistema operate negli ultimi quindici anni. I tagli fatti alla conoscenza sono un danno all’umanità.

Signor Presidente, il blocco del turn over impoverisce gli Atenei di competenze e professionalità, occorre costruire un percorso per la stabilizzazione del personale precario attraverso programmazione pluriennale e ordinarietà dei processi di reclutamento con consistenze adeguate alle dotazioni organiche e alle necessità degli Atenei. Il dibattito permanente sulla possibile imminenza di una fine anticipata della legislatura indebolisce la spinta verso un orizzonte programmatico ampio che è esattamente ciò di cui i nostri settori hanno assoluta necessità.

La mobilità territoriale, sebbene sia un fenomeno positivo mediante il quale studenti e Atenei possono valorizzare a pieno le proprie potenzialità, allo stesso tempo riflette il profondo divario sociale ed economico che caratterizza le regioni italiane. I flussi di mobilità territoriale evidenziati dalle Indagini AlmaLaurea sottolineano infatti come negli ultimi 10 anni le regioni del Mezzogiorno abbiano perso costantemente capitale umano, migrato al Centro-Nord. Questo fenomeno non può essere semplicisticamente motivato dall’attrazione “intellettuale” esercitata dalle grandi Università o città del Nord. In realtà, un motivo rilevante – e inadeguatamente valutato – è rappresentato dalle scarse risorse del diritto allo studio e dall’iniqua distribuzione delle stesse. Sulle scarsissime risorse messe in campo dalle Regioni, tra loro molto differenti, si discute poco, ma ancora meno si discute sull’iniquo meccanismo di distribuzione dei fondi statali alle Regioni. Infatti la ripartizione dei fondi è paradossalmente basata sulla ricchezza delle Regioni, e tiene solo parzialmente conto del numero di potenziali beneficiari, rappresentato da studenti capaci e privi di mezzi (ai quali la Costituzione Italiana attribuisce il diritto a raggiungere i più alti gradi degli studi), che sono maggiormente presenti al Sud.

Desta qualche perplessità, Presidente, la strategia del governo di riformare ampi settori d’interesse generale senza cercare la collaborazione delle grandi organizzazioni sindacali, perché l’esperienza insegna che il dialogo con le rappresentanze del lavoro offre il valore aggiunto.  Il jobs act, per fare un esempio, è figlio di questa cornice. La Buona Scuola è un altro esempio.

 Il jobs act, purtroppo, conferma le nostre previsioni, sul piano pratico, non è stato lo strumento utile che serviva per rimettere al centro l’occupazione. Al contrario, ha impoverito il lavoro a tempo indeterminato attraverso l’introduzione del contratto a tutele crescenti. Non solo. Non ha neanche messo a sistema nessuna politica utile allo sviluppo dell’occupazione, specie delle giovani generazioni, che rischiano di essere imbrigliate ormai nell’inattività piena. Si fissi la data dei referendum, signor Presidente, siamo pronti. Insieme possiamo abrogare i voucher e tutelare le lavoratrici e i lavoratori degli appalti. Insieme possiamo liberare il lavoro.

Né ci trova d’accordo il ruolo che la Buona Scuola assegna alla cultura umanistica nel formaregli italiani del futuro al marketing del ‘made in Italy’; indurli a coltivare la scrittura creativa e non la lettura critica di un testo; levar loro di mano i mezzi culturali per distinguere la verità dallo storytelling. Se questa è cultura umanistica è il titolo di un articolo di Tomaso Montanari (Repubblica, 23 gennaio 2017). “Più in generale, l’identificazione tra cultura umanistica, creatività e mercato nega e soppianta la vera funzione della vera cultura umanistica: che è l’esercizio della critica, la ricerca della verità, la conoscenza della storia.


«Il fine delle discipline umanistiche sembra essere qualcosa come la saggezza», scrisse Erwin Panofsky nel 1944. Negli stessi mesi Marc Bloch scriveva, nell’Apologia della storia: «nella nostra epoca, più che mai esposta alle tossine della menzogna e della falsa diceria, che vergogna che il metodo critico della storia non figuri sia pure nel più piccolo cantuccio dei programmi d’insegnamento!». Di fronte al nazismo e all’Olocausto la cultura umanistica sembrava ancora più necessaria: Bloch — fucilato dalla Gestapo perché membro della Resistenza — la definisce «una nuova via verso il vero e, perciò, verso il giusto».

 
È su questo fondamento che, nel dopoguerra, sono state ricostruite le democrazie europee. È per questo che la nostra Costituzione impone alla Repubblica di promuovere «lo sviluppo della cultura e la ricerca». La cultura umanistica è un’altra cosa: è la capacità di elaborare una critica del presente, di avere una visione del futuro e di forgiarsi gli strumenti per costruirlo.”

 

Arcavacata di Rende, 6 febbraio 2017

 

Comitato degli Iscritti FLC CGIL Università della Calabria

FLC CGIL Provinciale

FLC CGIL Regionale

CIGIL CALABRIA
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